LA STORIA DI D.

Una bella e struggente canzone della tradizione popolare salentina è “Beddra ca stai luntanu”. Parla di nostalgia per la terra distante, di mare da attraversare, di appartenenza.
“Se vidi l’onde a mare, nu le temire, sontu le lacrime mei, fiumi currenti…”.

Anche D. arriva da una terra lontana e con una sua storia antica, una lingua, una cultura millenaria. Tutto questo lo si può scoprire scavando con attenzione nei suoi occhi allegri e riconoscenti di ragazzo adolescente, che su una sedia a rotelle ha attraversato la Turchia, la Grecia, i Balcani, per raggiungere il nostro paese.

D. viene dall’Armenia, insieme alla sua famiglia. Una terra magica e disgraziata che un secolo fa conobbe uno dei peggiori (e dimenticati) genocidi. Un milione e mezzo di persone uccise dai turchi. Una terra che con la disgregazione della vecchia Unione Sovietica ha vissuto un conflitto militare con i confinanti dell’Azerbaigian.

Sono fuggiti, perché un padre, se deve scegliere tra l’andare in guerra o vivere con la donna che ama, i figli che hanno messo al mondo, sceglie la seconda possibilità, e scappa lontano.
Attraversano montagne, fiumi e terre straniere, come una pacifica armata carica di speranza. Senza voltarsi indietro, per non diventare statue di sale e perché dietro si lasciano altri affetti ed una terra matrigna.
L’Italia li ha accolti mostrando tutte le sue contraddizioni, generosa e confusa, umana e rancorosa, soffocata dalla burocrazia, piena di buone intenzioni, attraversata da rigurgiti amari.

D. ha incontrato la meglio gioventù e l’umanità in un’aula di scuola, a Leverano. Docenti, assistenti, ragazze e ragazzi che non hanno confini mentali o territoriali, che non temono lo straniero, curiosi di conoscere la storia di D.
Lo aiutano nelle cose pratiche, come farebbero con un loro fratello, lo aspettano la mattina con un sorriso, con spontanea naturalezza gli danno una mano a sfilarsi la giacca, si preoccupano dei suoi ritardi o delle assenze.

L’ultima volta che sono andato a trovare i ragazzi della classe di D. stavano lavorando e riflettendo sulle “emozioni”. Da YouTube una canzone armena parlava dell’amore e della nostalgia per una terra lontana. Lui la cantava, i suoi compagni la ascoltavano in silenzio con l’emozione di D. che occupava l’aula, segnava gli occhi della sua insegnante e la coscienza dei ragazzi.
La forza della musica, la bellezza dei ragazzi ed il coraggio di D. Momenti che allargano il cuore e lo sguardo.

Da sempre, una parte dell’umanità, è stata costretta ad abbandonare terra e affetti, per le stesse ragioni: conflitti interni, guerre, fame e povertà che queste generano. Nessuno abbandonerebbe la sua casa se questa fosse un rifugio sicuro.
Basterebbe ascoltare le loro storie per capire quanto dolore c’è dentro le loro vite, ma nel momento in cui le povertà sociali, economiche e culturali, sono tanto estese, è più difficile comprendere le ragioni dell’altro. Soprattutto quando la politica, che dovrebbe dare risposte partendo dai diritti fondamentali, alimenta i conflitti scavando negli istinti più bassi, soffiando sul fuoco dell’intolleranza e della paura nei confronti di ciò che non comprendiamo.

La storia di D. ci racconta tante cose. Per esempio che dove funzionano i meccanismi dell’accoglienza si crea integrazione e serenità sociale. Che riconoscere “l’altro” come individuo inserito in un sistema di regole da rispettare, di doveri e diritti, è l’unica strada che un paese civile può intraprendere.

E per restare nella musica: “Con questa faccia da straniero sono soltanto un uomo vero anche se a voi non sembrerà”, cantava cinquant’anni fa Georges Moustaki, il musicista proveniente da una famiglia ebrea di Corfù ma di origine italiana, nato in Egitto, naturalizzato in Francia, adottato dall’Italia. Il titolo originario della canzone è “Le Métèque”, dal greco “métoikos”, (propriamente lo straniero di condizione libera stabilmente residente in una città, ma privo di diritti politici), in francese indica spregiativamente l’immigrato dall’area del Mediterraneo.