LA STORIA DI UNA COMUNITÀ IN UN PIATTO DI “FAE E FOIE”

Leveranesi “ranucchiulari” e “scarufaterra” ci chiamavano.
Gente che si “mangia la terra”, che passa la vita intera a guidare il processo naturale delle piante, degli alberi, per ricavarne frutta, ortaggi, olive ed uva.

Lavorare e guadagnarsi il pane è diritto elementare ed è quello che produce dignità e radica appartenenza. Patrigna è la Patria che lo nega, che discrimina tra figli e figliastri. Ed il nostro sud era pieno di figliastri, senza nemmeno un fazzoletto di terra da coltivare.

Solo settanta anni fa i braccianti dovettero occuparle, le terre. Da Leverano, Copertino, Veglie, Carmiano, migliaia di uomini si mossero verso l’Arneo, sfidando i latifondisti e l’esercito, per rivendicare il diritto sacrosanto al lavoro. Un diritto cercato a mani nude, con la dignità ed il coraggio di chi aveva superato la guerra, la fame, la prigione tedesca. Quando ancora la vita si mischiava ai lutti.

Per cominciare e ricostruire era necessario avere un pezzo di terra.
Ci avrebbero rimesso il sangue delle loro teste aperte a colpi di manganello, ancora la prigione, e pure le biciclette, bruciate nel rogo più crudele che si potesse immaginare.

La maggior parte di loro ne ricavo’ terra e pietre, senz’acqua, che solo un popolo affamato e cocciuto poteva trasformare in terra produttiva.
Le pietre che passavano tra le mani alla ricerca della faccia giusta seguendo la geometria degli incastri, che costituivano muri a secco come racconti, dove ogni parola si lega alla successiva secondo un progetto dell’anima.

Gente concreta che si sposava in autunno, dopo la vendemmia, perché le donne potessero completare la loro dote e gli uomini sistemare “casa, cammara e cucina” dignitosamente.

Da paese di braccianti, Leverano, è diventato, negli anni, un centro di produzione agricola e floricola di qualità.

Dopo decenni durante i quali abbiamo prodotto uva buona solo per essere venduta, per quattro soldi, alle cantine del nord. Il nostro Primitivo e Negroamaro nelle bottiglie di Barbera piemontese.

Oggi, milioni di bottiglie di vino di grande qualità, partono dalla nostra terra per arrivare sulle tavole di tutto il mondo. I fiori con il marchio “Leverano”, orgoglio di una comunità intera.

Oggi siamo ospiti di FICO Eataly World, a Bologna, un luogo dove si raccoglie l’identità agricola del nostro paese, le tipicità che portano ricchezza, il cibo della tradizione riscoperto e valorizzato, le buone pratiche agricole che uniscono l’umanità ai territori.
Un luogo in cui si propone la biodiversità e la sapienza del mondo agricolo che solo l’italia può vantare.

E qui c’è anche Leverano.
La dimostrazione che il lavoro, l’ingegno, la tenacia contadina, può spostare le pietre, zappare la terra arsa e ricavarne frutto.

Non dimentichino i nostri giovani imprenditori di chi sono figli e nipoti, delle notti d’inverno trascorse dai loro nonni e padri, nella macchia dell’Arneo, settanta anni fa. Non dimentichino la loro tenacia ed i loro insegnamenti. Essere Comunità vuol dire anche non disperdere le esperienze, le storie degli uomini e delle donne, trasferire quelle storie in una bottiglia di vino, in un fiore colorato, in un piatto di “fae e foie”.