FOTO DI CLASSE, 1969

Dalla finestra del mio ufficio arrivano i rumori del vicino cantiere, dei camion che scaricano mattoni e cemento, degli operai che tirano su i muri.
Un vecchio compagno di scuola passa a salutarmi e tira fuori dalla tasca una foto.

L’anno scolastico del 1969, in via Turati, cominciò con il rito della foto di classe, una festa che si ripeteva ogni anno. Uscivamo, a turno, nel giardino della scuola, lavati e pettinati, il fotografo già pronto per lo scatto.

La scuola di via Turati fu costruita nei primi anni ’60 per ospitare i bambini del popoloso quartiere Pozzolungo. Intorno all’edificio scolastico, dove ora c’è il municipio, l’ufficio postale, la villa comunale, nel 1969 c’erano solo campagna e strade sterrate. Per arrivarci, noi ragazzi del Pozzolungo, costeggiavamo un bellissimo vigneto che in autunno traboccava di grappoli d’uva bianca.

Arrivavamo a gruppi, con le scarpe già sporche di terra, grembiule nero e fiocco blu per una scuola che prevedeva ancora una divisione tra maschi e femmine. Nella cartella, insieme ai libri e quaderni, il pane fatto in casa con due fette di mortadella e addosso l’odore del borotalco.

Nel 1969 eravamo, per la stragrande maggioranza, figli di contadini o di emigranti. Pozzolungo era un quartiere che cresceva rapidamente, i bambini riempivano le strade, ed intorno, le case in costruzione, che crescevano in fretta con i risparmi che arrivavano dalla Germania e dalla Svizzera.
Le strade del quartiere, d’estate, erano attraversate da grosse auto con colori vivaci; la Germania, per noi, ragazzi che nel 1969 frequentavamo le scuole elementari, era il sapore della cioccolata e le scarpe da pallone, nuove e bellissime.
Era anche le partenze, le lacrime e la solitudine.

Il gioco del calcio occupava l’intera nostra giornata e la scuola era una parentesi tra una partita e l’altra. Si giocava a pallone sull’asfalto ruvido, in ogni angolo di strada, nei campi improvvisati tra una casa in costruzione ed un orto di verdure, ed ogni partita lasciava il segno sulle nostre ginocchia sanguinanti.
Non c’era freddo d’inverno o pomeriggio estivo assolato che potesse fermare il gioco, il susseguirsi continuo di parole ed imprecazioni in dialetto, il suono delle pallonate contro i portoni. Solo il buio della sera ci cacciava via, interrompeva la passione ed asciugava il sudore.

Una volta l’anno, in autunno, accanto alla scuola compariva il tendone del circo e le giornate diventavano festa. Qualche ragazzino del circo frequentava per pochi giorni la nostra scuola e ci raccontava di viaggi fantastici, di elefanti e tigri da addomesticare, della loro scuola che cambiava ogni settimana.

L’estate del 1969 ci regalò la Luna ed i nostri quaderni si popolarono di disegni con razzi spaziali e bandiere americane piantate sul suolo lunare.
Erano anni in cui i morsi della fame, conosciuti nel primo dopoguerra, lasciavano il posto al pane con lo zucchero e il vino, la tristezza dell’assenza dei genitori lontani, la viva speranza nel futuro.

Anni di rivoluzione culturale e di grandi cambiamenti con la scuola che era lo specchio di queste trasformazioni. Si potevano incontrare insegnanti, prevalentemente uomini, che utilizzavano le punizioni corporali come “strumento educativo”, con le bacchette di legno appoggiate minacciosamente sulla cattedra, “educatori” che avrebbero ferito, per sempre. Oppure incontrare insegnanti appassionate e preparate, capaci di costruire una nuova umanità sana.

In via Turati insegnava il professore Re, figlio di Geremia Re, grande artista leveranese. Un uomo che ha fatto amare la scuola, l’arte, la cultura a generazioni di bambini, ora adulti, che ancora lo ricordano con emozione.
Insegnanti come il professore Re hanno alimentato la curiosità per ciò che accadeva intorno a noi, hanno costruito e fortificato le coscienze di generazioni di uomini e donne, insegnando loro il rispetto per gli altri, ad essere solidali e coraggiosi, creativi e determinati.

La scuola pubblica italiana, con pochi mezzi ed insegnanti mal pagati, ha costruito, in quegli anni, un paese moderno, pieno di contraddizioni, ma collocato in un’Europea finalmente in pace. Ha permesso al figlio del contadino di diventare medico ed ai figli dell’emigrazione di costruirsi un futuro da imprenditori, bravi artigiani, floricultori, insegnanti, classe dirigente nei decenni successivi.

Ora la finestra dell’ufficio del Sindaco, in via Turati, (il mio ufficio, temporaneamente), si affaccia sul cantiere dove le vecchie aule fanno posto a nuovi spazi per i bambini del 2019, accanto avranno una biblioteca, un teatro, un centro per la musica e l’incontro.
Un paese per le nuove generazioni, che hanno il dovere di conoscere, ricordare e rispettare la storia. Consapevoli che solo la scuola, lo studio, la lettura, possano offrire gli strumenti per il riscatto, la possibilità di scegliere, la forza per costruire il futuro.